EURO 2020 nel 2021 è un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro

Il coprifuoco è finalmente finito e si è portato via tutto quel tempo che avevamo per guardare le serie su Netflix.
E ve lo diciamo bello chiaro e tondo, cari esperti di marketing della paytv: ora è assolutamente inutile tutta questa pubblicità che ci mandate sul telefonino perché noi, la sera, dobbiamo uscire, amma svalià, non teniamo tempo per guardare la seconda parte di Lupin oppure la Casa di Carta. Al massimo possiamo andare a vedere la Casa di Caccia a Pietrapertosa (pubblicità gratuita = avanzo un pranzo).
Ormai fa caldo, le ragazze si scoprono e a noi non resta che accantonarlo il televisore, portarlo in soffitta questo vecchio compagno di meste e solitarie serate, notti intere ad aspettare, ad aspettare il comunicato di Conte. A proposito ma Conte che fine ha fatto?  
Giuro che alla centotrentacinquesima apparizione giornaliera del dottor Bassetti Covidstar di questi tempi bui volevo staccare il televisore dal muro e metterlo su Subito.it, zona Potenza, a 350 euro, per comprarmi il tavolo da ping pong. Poi mi sono ricordato che non possiedo un avvitatore e ho desistito. Ma ora è tutto finito, il Dottor Galli se n’è andato alla casa a mare a Positano e al suo posto Flaccido Insinna conduce il remake de Il Pranzo è Servito di cui, onestamente ditemi chi di voi ne sentiva il bisogno.
Di Insinna e del suo tiro a giro.
Ah no, quell’ è Insigne.
E così riaccendiamo la TV per rientrare nell’orgia nazional popolare, quel rito ancestrale immutato nei secoli che è la partita della Nazionale, da guardare rigorosamente all’aperto e tutti insieme: padri e figli, giovani e anziani, cani e gatti, zite, mogli, sorelle e madri comprese. Che ormai le donne ne capiscono molto di più degli uomini pure di calcio. Mia moglie, per esempio, ormai conosce così bene il fuorigioco che potrebbe lavorare al VAR. Che è diventato un posto ambito il VAR: stai seduto un paio d’ore davanti a un pc, ti guardi la partita e se c’è qualcosa che non va chiami al collega e gli dici “vieni al monitor e vedi un po’ tu”. Tipo un posto alla Regione Basilicata insomma.
Cantiamo l’inno, quello di Novaro che incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tuttora in voga. Sembrano lontani i tempi in cui la polemica era “I giocatori lo cantano o no l’inno?” Oggi atavico è il dubbio: “Ma s’inginocchiano o non s’inginocchiano?”, la SNAI dovrebbe quotare queste due nuove opzioni. “Barella non si inginocchia che la comunione se la deve fare l’anno prossimo!” risate. Il fischio di inizio all’improvviso scarica un lampo fosforescente di adrenalina nel bar e i bicchieri, simulacri di tensione, cominciano a correre di mano in mano alla velocità di fabbriche cinesi. Fuori c’è un ambiente familiare, tutti seduti, passeggini, donne che chiacchierano, piccoli momenti di spensieratezza ritrovata, dentro invece è l’inferno. Il bar, all’interno, è un Flegetonte di rancore, uno Stige di bestemmiatori, è l’Acheronte dei bevitori. Un Caronte, travestito da barista, ti conduce a mezz’aria dal bancone fin dentro il fegato di ogni calciatore azzurro, qui dentro si brucia come fiammelle mai spente nonostante estintori di birra a calmare furiose sfiammate di calore e ansia. “Doveva portare a Balotelli!!!!” dice uno all’improvviso ma viene fulminato da sguardi ostili, dardi mortali di ignoranza, costretto dalla folla a scappar via perdendo per sempre la favella. Alla diciassettesima birra la partita è ormai un di più, potrebbero trasmettere IL SEGRETO e saremmo felici lo stesso. Ci abbracceremmo comunque anche davanti alla D’Urso che intervista il chirurgo estetico più brutto del mondo o il primo uomo al mondo con il braccio bionico a comando vocale. La partita è finita da ore ma tutti cantiamo ancora sotto la televisione accesa in cui muti commentatori sembrano guardarci esterrefatti. Altobelli ci guarda e dice: “che cazzoni”. Gli leggo il labiale.
Che alla fine la variante inglese non ce l’ha fatta e ci siam presi di forza la coppa lasciando loro il bacon.
All’improvviso sullo schermo appare il piccolo erede al trono, Giorgino, vivace come un professore di matematica al balcone, è lì, sugli spalti, in mezzo mamma e papà, duchissimi di Cambridge, che sconsolato guarda questi buzzurri discendenti di Giulio Cesare festeggiare l’Europa appena conquistata costruendo un nuovo Vallo di Adriano di danze frenetiche. Povero bambino: così piccolo e già così ben vestito dai sarti di corte, “Non piangere, a nonna, che domani ti regalo la Nuova Zelanda!” pare gli abbia detto, per consolarlo, la Queen nonna Lillibet, a colazione stamattina.
E tutto per questo per dirvi che, alla fine, la TV sta sempre lì, immobile e immutata nei decenni a dimostrare che, anche se andremo in Tesla su Marte bevendo Perrier, continueremo a soffrire e ad abbracciarti sempre e comunque davanti a questa maledetta scatola nera proprio come i nostri padri e i nostri nonni. Che la TV è un fatto di famiglia, un tratto ereditario, come il sorriso.

A proposito, anche sulla stazione spaziale hanno guardato questi europei e Raiuno piglia meglio lì sopra che a casa mia.

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