Pronto? Quando una telefonata ti allunga la vita

Didascalia n. 47

Pronto? Era il 1993. Per telefonare servivano i gettoni, le monete o una scheda telefonica, se si voleva utilizzare il Rotor, di colore arancione, il telefono a tasti, diffuso alla fine degli anni Ottanta dalla Sip. Ma a Spinoso, c’era ancora il “posto telefonico pubblico”, allocato presso il Bar Sport, dove occorreva pagare gli scatti. Il telefono era quello tradizionale a disco, ma all’interno di una cabina ermetica, insonorizzata, blindata, che puzzava terribilmente. Un sarcofago da far invidia alla cassaforte di Houdini. Di colore avana. Quando si apriva la porta usciva prima una nube gravida di parole e umori. E poi l’avventore madido di sudore. Rubicondo. L’espressione sul volto sintetizzava, nel bene e nel male, la qualità e la durata della conversazione.

Pronto? Nel 1993 iniziai a lavorare come redattore editoriale a Venosa. Presi casa nel centro storico della città oraziana, ma per telefonare, memore del claustrofobico sarcofago, evitai i posti telefonici pubblici nei bar per chiamare casa. Mi munii invece di schede telefoniche da 10.000 lire per utilizzare le cabine argentate e rosse (a Venosa c’erano), dislocate sul marciapiedi in prossimità del Castello Pirro del Balzo. Meglio di quelle al chiuso, però sempre sporche e maleodoranti. Spesso non funzionanti perché vandalizzate.

Pronto? Grazie al mio amico Tonino Infantino, agente di commercio, già munito di telefono in auto, mi decisi a comprare un Nibbio dell’Italtel da 700.000 lire, a Rionero, da due suoi giovani clienti che avevano fiutato l’uragano della telefonia mobile. Il mio primo cellulare. Era un aggeggio ingombrante, ma tutto sommato portatile. Pesava un chilo e aveva un antenna da 20 cm. Per prendere il segnale lo dovevi inseguire come un rabdomante cerca l’acqua nel deserto. Ma fu utile. Servì all’uopo e mi affrancai dalla servitù delle cabine, oltre che dall’attesa a volte snervante degli innamorati che miagolavano. I peggiori. Il Nibbio mi faceva volare direttamente a casa. In un certo senso mi allungava la vita.

Pronto? Nello stesso anno, il 1993, la Sip divenne Telecom. E questa mutazione, che non era solo aziendale ma epocale, venne accompagnata dalla pubblicità più bella del decennio.

“Una telefonata allunga la vita”, recitava lo slogan. Andò in onda fino al Millenium bug e vinse una caterva di premi: la Targa d’argento della comunicazione, l’Agorà d’oro, il Gran Prix della Pubblicità italiana, il Leone d’oro come Miglior Regia al Festival Internazionale della Pubblicità di Cannes, la Gold Plaque al Chicago International Film di Chicago. L’idea era semplice e geniale. Elegante e raffinata.

Massimo Lopez (del celebre trio MarchesiniSolenghiLopez) è un legionario prigioniero in un fortino nel deserto in attesa di essere fucilato dal  plotone di esecuzione. Il tenente Champignon gli chiede, come è giusto che sia, l’ultimo desiderio.

“Potrei fare una telefonata?” è la risposta, che dà la stura a una conversazione infinita. Il plotone sbadiglia, si annoia, rumoreggia. Il cavo del telefono (un Sirio bianco e carta da zucchero) diventa simbolo di una vita appesa letteralmente a un filo. E l’occasione di per sé limitata di esaudire un desiderio si trasforma in un tempo senza limite. L’umorismo scaturisce dal ribaltamento del tragico in farsa, attraverso l’arguzia della parola. Lo scampato pericolo diventa sorriso affettuoso e complice. Lo spot si trasforma in un film a episodi, con variazioni sul tema, sul modello del defunto Carosello. E come Carosello l’idea di fondo è quella di una comunicazione pubblicitaria che debba insegnare e divertire, convincere senza barare.

Non solo, il bravissimo regista, Alessandro D’Alatri, lo gira come un mini-film utilizzando la tecnica del Cinemascope. La scenografia è superba. L’avamposto sembra fuoriuscito dalla fantasia di Dino Buzzati, in Il deserto dei Tartari (in realtà il set è alle Cave della Magliana a Roma). L’agenzia pubblicitaria è l’Armando Testa, ma l’ideatore è il figlio, Marco Testa, succeduto al padre scomparso nel 1992. La produzione è della FilmMaster.

“Il Fortino” passa nella storia della pubblicità televisiva. Il debutto avviene il 5 dicembre 1993. Mentre la fucilazione, ahimè, giunge dopo 6 anni. È il Natale del 1999. Massimo Lopez si accascia dopo essere stato colpito al petto, ma dopo un attimo di sgomento (per noi fan) si rialza, salvato da un provvidenziale scudo… un pc portatile. Segno di una nuova epoca.

Nel febbraio del 2002, e per tre settimane di battage, l’idea del plotone e della telefonata vitale viene ripresa, col titolo “2002. Fuga dal Fortino”. Alla regia Daniele Lucchetti. Sempre ideato dall’Armando Testa per la FilmMaster. La campagna è incentrata su una nuova offerta commerciale dal titolo “Ricomincio da te”.

Il plotone, dopo l’arrivo di una pattuglia tedesca, riceve l’ordine di sparare, ma ormai dopo tanti anni i soldati si sono affezionati al condannato, tanto da ammutinarsi e sparare in aria. Il colpo di scena è nella caduta dal cielo di Tullio Solenghi, il quale, per anni era stato protagonista della pubblicità della Lavazza ambientata in Paradiso. I due spot creano un simpatico cortocircuito. Se Lopez non va in paradiso per merito di una telefonata, una scarica di pallottole verso l’alto riporta in terra il suo amico. I due amici, nella vita e sulla scena, si ritrovano e si abbracciano affettuosamente. Decidono quindi di scappare approfittando della confusione. Nella fretta Massimo dimentica qualcosa che non può lasciare nel fortino. Ciò che gli ha salvato la vita per tanti anni. Ovviamente il… telefono. E torna a riprenderlo. Non può più vivere senza.

Pronto?

Non so se il telefono ci abbia semplificato o complicato l’esistenza. Se sia strumento diabolico o paradisiaco. Di certo ha cambiato i nostri comportamenti e le nostre espressioni linguistiche. Quando non esisteva la telefonia mobile e si componeva un numero la domanda iniziale d’obbligo era “Pronto? Casa Rossi? Potrei parlare con…”.

La formula di esordio è ora cambiata ed è diventata un’ubiqua “Pronto? Dove sei?”. Il lungo e fisico cordone ombelicale è stato reciso. Ma le parole restano ad allungarci la vita e, soprattutto, a spiegarcela.

Quel “Pronto?” che ancora adoperiamo e che sembra così stupido come ogni automatismo del linguaggio, in fondo non lo è. Quando a inizio Novecento le telefonate erano mediate dai centralinisti, questi ultimi dovevano assicurarsi se il collegamento, da una parte e dall’altra, tra chi effettuava e chi riceveva la chiamata, fosse “pronto”.

Quel “pronto”, di cui in seguito si è perso il valore, stava per: “Sei pronto?”, “Sì sono pronto a parlare con te”.

Ecco, se riflettessimo un po’ di più su questo fossile, su questa frase nominale, ne apprezzeremmo di più il significato. Perché chi è pronto realmente a parlare con te, chi è disposto ad ascoltarti, ti sta dedicando il suo tempo. Forse non ti sta allungando la vita. Di certo la sta rendendo migliore.

Sempre che non sia un call center.

Pronto?

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