E le Stelle stanno a guardare

Che rapporto esiste tra la frantumazione della società e la crisi della politica? Quale la causa e quale l’effetto? Difficile dirlo, io penso che la frantumazione della società è la causa e quella della politica e delle sue strutture l’effetto, ma è indubbio che il secondo fattore sia un elemento di accelerazione  dei processi sociali, insomma un serpente che si morde la coda, un processo dialettico dove vari elementi interagiscono funzionando da acceleratori reciproci.

Ma al di là dei rapporti di causa ed effetto il dato di fondo, ormai antropologico, è la tragica “atomizzazione delle società”. In questo quadro meravigliarsi dei voltafaccia della politica, della infedeltà degli eletti, della nascita e scomparsa di formazioni politiche è un esercizio di pura ipocrisia. Così come denunciare “il governo della finanza” che ha sostituito l’esercizio della democrazia, che avviene attraverso la politica, un esempio di cattiva coscienza. Tra l’altro, se pur con modalità e tempi diversi, sta avvenendo con poche eccezioni in tutto il mondo, in Europa in maniera più spettacolare perché il nostro continente, con tutte le contraddizioni, è il luogo geografico e di pensiero in cui il modello “democratico”, si è espresso in maniera più compiuta e matura fino ad incontrare i propri limiti.

Per mancanza di analisi “la politica” liquida tutto ciò che avviene e non piace con il termine populismo, rinunciando ad una analisi differenziata e di “classe” dei fenomeni, non riuscendo a capire ciò che accade sotto i nostri occhi, commettendo errori di valutazione che impediscono di intervenire proficuamente nei processi. Il terremoto della politica, la crisi dei partiti (ne parliamo dagli anni novanta) è solo lo specchio dei cambiamenti strutturali che hanno agito in maniera carsica da decenni, ora appaiono solo in tutta la loro evidenza e non sono comprensibili coi profili psicologici e amorali dei ceti politici, per altro assai disturbati. La crisi del M5S è tutta dentro queste dinamiche, anche la sua nascita lo era, per questo analizzarla e rifletterci è utile a prescindere dei giudizi di merito (i mei sono molto severi). Il M5S è stata la vera novità delle ultime elezioni politiche, un successo frutto dall’aver intercettato il bisogno di cambiamento dell’elettorato italiano: un successo travolgente con un programma massimalista e furbo che, a prescindere dai candidati, ha portato in parlamento un personale assolutamente non all’altezza e inadeguato, selezionato con criteri non qualitativi di fatto una delle ragioni, non la principale, della crisi.

Bisogna ricominciare a leggere dentro le dinamiche sociali, nelle lotte e non è che in questo momento ce ne siano state poche, solo che la “politica”  è stata incapace di capirle, sono lotte diverse da quelle a cui si era abituati, caratterizzate da livelli di localismo e settorializzazione notevoli a volte calderoni contraddittori caratterizzati spesso da ribellismo confuso (penso al movimento No Vax o ai Gilets Jaunes in Francia) con cui solo la destra, quella più eversiva non a caso, ha tentato di farci i conti fallendo miseramente perché incapace di andare al di là del “fatuo” controllo della piazza. La “politica” deve velocemente imparare dai propri errori, non basterà arrivare alle elezioni per ristabilire leadership scelte dagli elettori e ripristinare un circuito in crisi a prescindere dalle contingenze. Anche le lotte studentesche, che nonostante la pandemia ci sono state, hanno manifestato meccanismi nuovi che nessuno è stato in grado di intercettare. La protesta contro gli esami di stato è stata letta solo come un tentativo per avere facili promozioni, dimenticando che quella protesta aveva a che fare più con un futuro di precarietà a cui sono condannati che con le difficoltà della pandemia. Quei giovani sono gli stessi che nei confronti di un avvenimento drammatico come la “guerra” non sono riusciti a esprimere adeguati momenti di mobilitazione (come è sempre accaduto in passato), ci lamentiamo che non ci siano state le oceaniche manifestazioni come contro la guerra in Iraq e dimentichiamo che allora erano giovani ancora non massacrati da un presente senza futuro, che oggi respirano tutti i giorni e hanno introiettato come unica realtà possibile che spegne ogni volontà.

Ritornare alla partecipazione, all’impegno è possibile ma difficile, ci vorranno tempi lunghi perché si deve riscostruire su un terreno devastato, non sono ottimista, osservo, rifletto e credo che i maggiori investimenti, che non pagano subito, vadano fatti sulla cultura, la scuola, l’Università.

Saremo in grado di farlo? Intanto il Pnrr va in tutt’altra direzione.

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