Sull’orlo del precipizio

Il caldo di questi giorni ha favorito l’intrusione nella mia mente di scenari apocalittici per il prossimo futuro: masse di sfollati dalle metropoli senz’acqua e senza corrente elettrica, sotto la pressione di un sole cinico e potente; governi autoreferenziali sgretolati dalla pressione sociale esplosa; bande di sciacalli – quelle sono le prime a comparire, per la tendenza innata a un ordine ancestrale fondato sulla forza – e barbarie ovunque. Dove non sono il caldo e la sete a uccidere, provvedono i fenomeni meteorologici estremi, oppure le guerre e la fame. Basta poco a rompere un equilibrio delicato, e quando tutto comincia a crollare, non c’è più rimedio. Sembra impossibile che sia potuto accadere tutto questo in appena un secolo e mezzo, seguendo una curva esponenziale, cosicché si può ben dire che la maggior colpa è a carico delle ultime duetre generazioni. Nessuno, da quando l’uomo esiste sul Pianeta ha mai neanche osato sognare gli agi che noi “fortunati” abitanti di quella stretta fetta di mondo chiamata Occidente abbiamo ereditato facendone abuso. Fortunati tra virgolette perché non siamo neanche riusciti a essere felici: nelle nostre scuole non lo si spiega cos’è la felicità, come si faceva nelle accademie e nei licei dell’epoca ellenistica, e gli psicopatici dei dipartimenti di Economia (i Pareto sono rari e inascoltati) hanno fatto a gara a generare mostri di produttività senza senso, mera aberrazione dell’istinto all’accumulo del cervello paleolitico.

Oggi è difficile frenare il treno in corsa diretto verso il baratro. Gli investitori (sostantivo da voltastomaco) che hanno puntato sullo sfruttamento degli ultimi grandi giacimenti di carbone e combustibili fossili hanno la visione obnubilata dai propri interessi a breve termine e preferiscono credere in ciò che a loro conviene di più. Chi sa vedere più lontano si rende conto del fatto che ormai siamo al limite sostenibile e che sarà possibile al più mitigare il danno, mantenendo l’aumento della temperatura media, nei prossimi decenni, sotto i 2,5°C. In ogni caso il modo di vivere sulla Terra è destinato a uno sconvolgimento enorme,  forse più grande di quello che c’è stato dalla fine dell’Ottocento a oggi: entro il 2035 non ci saranno più veicoli a combustione in giro e il mondo diventerà più silenzioso (potrebbe diventarlo del tutto in un altro modo!), e probabilmente le prossime generazioni cresceranno in un paradigma culturale costellato da significati diversi dai nostri. Qualcuno, a proposito delle rivoluzioni scientifiche, ebbe a dire che è impossibile convincere un oppositore al cambiamento, bisogna solo aspettare che muoia. D’altronde, come anche è stato già detto, si nasce rivoluzionari e si muore conservatori dei capisaldi della propria rivoluzione.

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